Coltivazione secca dell’ulivo e tecniche tradizionali di produzione dell’olio di oliva.

La coltivazione dell’olivo nel deserto sassoso del Jebel Nafusah e del retrostante Hamada al Hamra rappresenta una sfida che non ha eguali ne mondo.

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Da millenni i Nafusi si prodigano erigendo muri ”fekka” a secco all’interno di particolari “wadian” (plurale di wadi). I muri dapprima sono piuttosto piccoli e vengono innalzati man mano che il vento e le rarissime piogge vi accumulano la polvere che si annida tra le rocce. Nel corso di generazioni, si accumula la polvere che si trasforma, tramite l’azione dei batteri, in humus fertile “hamri”. Quando la quantità di hamri risulta sufficiente a formare una superficie coltivabile ”tabiyà”, i successori di colui che ha iniziato la coltivazione vi piantano una talea od un seme di olivo. Man mano che l’olivo cresce, con il passare dei decenni, il fekka viene innalzato finchè il tabiyà contiene hamri sufficiente a sostenere una pianta adulta, che inizia a fruttificare.

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Oltre all’azione del vento, anche le rare piogge contribuiscono a formare il tabiyà dilavando la polvere. Al contrario che nella stagione secca, durante la quale gli olivi prosperano, nella “stagione umida” le piante appaiono sofferenti nonostante abbiano le radici immerse nell’acqua di ruscellamento intercettata dal fekka. Ciò è dovuto al lungo periodo di siccità precedente, che ha debilitato la pianta, che comunque si riprenderà alla svelta. Nonostante gli olivi non vengano mai potati, godono di ottima salute, ma producono frutti piccoli e magri. La rarità di malattie a carico degli olivi del Jebel Nafusah e dell’Hamada al Hamra potrebbe trovare una spiegazione nella rarefazione delle colture, che rende difficile la sopravvivenza dei parassiti nell’attraversamento dell’ambiente ostile rappresentato dall’estensione di deserto roccioso che separa le piante tra loro.

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Questo fattore, che rappresenta un vantaggio, costituisce anche un evidente fattore di difficoltà per i coltivatori, che debbono compiere viaggi lunghi e faticosi per poter raccogliere una quantità di olive il cui equivalente nella nostra fertile terra italiana viene prodotto in un fazzoletto di terra. Una foto satellitare di una area di decine di ettari nell’Hamada al Hamra, posta alle spalle di Nalut, rende l’idea della rarefazione delle piante da frutto ed evidenzia i fekka disposti nel letto degli wadian.

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Poichè la raccolta delle olive costringeva gli uomini a lunghe permanenze nel deserto, si trovano insediamenti trogloditi occupati stagionalmente perlopiù separati gli uni dagli altri dalla distanza percorsa da un uomo a piedi nel giro di tre giorni. Il “Gruppo di Studio Multidisciplinare Civiltà ed Architettura Vernacolare Berbera” ha rilevato uno di questi insediamenti nei pressi di Nalut, nella località conosciuta localmente sotto il toponimo di Daggeja. Qui sotto l’ingresso con il locale cucina esterno al Jifri, visibile sulla destra dell’immagine, e più sotto una veduta degli interni con i locali adibiti a magazzini e, sulla destra dell’immagine, a dormitorio.

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Il raccolto di olive viene quindi trasportato nei Masra Zaituna (termine arabo per “Macine delle Olive”=frantoi, molto simile al termine “masseria” utilizzato nell’Italia meridionale), per lo più troglodite, dove si ottiene l’olio.

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L’olio viene a sua volta conservato in giare (Jar in Arabo) nei Granai Fortificati (Aghrem in Berbero, Qasr in Arabo) in apposite celle (Gurfa in Arabo), per poi poter essere consumato dalle famiglie nelle abitazioni troglodite (Dammous in Arabo, molto simile al termine Dammuso in uso a Pantelleria, Jifri in Berbero) dei villaggi (Tmora in Berbero, Qasr in Arabo).

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