In Libia Hafter ci riprova. Un nuovo intervento internazionale? No grazie

Khalifa Aftar
 
 

28.05.2014

Era il 14 febbraio scorso quando il generale Khalifa Hafter annunciava di voler sospendere il Parlamento libico “per correggere il corso della rivoluzione”. Per qualche ora si è temuto il riesplodere della guerra civile fino a quando non è stato chiaro che il pronunciamento militare non stava raccogliendo l’appoggio sperato. A tre mesi di distanza si sta ripetendo una situazione molto simile, ma dagli esiti decisamente meno prevedibili.

Nel febbraio scorso, Hafter aveva tentato di sciogliere con la forza delle armi un Parlamento che nel corso dei mesi precedenti aveva visto progressivamente crescere l’importanza al suo interno della corrente legata all’islamismo del Partito Giustizia e Costruzione che si ispira ai Fratelli Musulmani e ha a Misurata uno dei suoi principali centri di potere.

Muovendo da posizioni consolidate nell’est del paese, nel febbraio scorso Hafter pensava evidentemente di poter contare su importanti appoggi a Tripoli tra le diverse forze anti-islamiste che però all’ultimo momento non si concretizzarono.

Lo scenario di questi giorni è molto simile, ma con la differenza che questa volta il generale Hafter sembra essersi riuscito ad assicurare quegli appoggi nell’ovest del paese che gli erano mancati nello scorso febbraio. L’obiettivo rimane quello di sciogliere il Congresso Nazionale libico con la scusa di liberare il paese dagli islamisti.

Forte dell’appoggio militare di una serie di milizie dell’est e di alcuni reparti dell’esercito di stanza in Cirenaica, Hafter ha così lanciato il 16 maggio scorso l’offensiva militare “per la dignità della Libia” che ha visto il progressivo allineamento di diversi e differenti attori politico-militari all’autoproclamato “Esercito nazionale libico”.

Dopo un attacco frontale condotto contro le diverse forze islamiste che da mesi sono insediate in alcuni quartieri di Bengasi, nell’arco di due giorni l’Operazione dignità (al-karama) è arrivata a travolgere lo stesso Parlamento a Tripoli.

Se Hafter ha trovato consenso e alleati specie nell’est del paese, la situazione è invece più complessa nell’ovest.

L’attacco al Consiglio Nazionale libico è stato condotto dalle due milizie di al-Qaaqaa e di al-Sawa’iq che dipendono indirettamente dalla città di Zintan, nel Jebel al-Nefusah, che costituisce uno dei maggiori attori politico-militari nella Tripolitania post-Gheddafi.

La mossa di Zintan è stata appunto quella di sostenere l’iniziativa di Hafter attraverso due milizie controllate da Zintan ma non con proprie truppe: è indubbio come Zintan abbia tutta la convenienza a tenersi le mani libere sia nel caso di una vittoria definitiva di Hafter, riservandosi un ruolo di partecipazione alla pari e non subordinata nella gestione del potere, sia nel caso contrario si renda consigliabile fare un passo indietro.

A cambiare la disponibilità di Zintan nel corrispondere il legame con Hafter nell’arco di pochi mesi, dal febbraio scorso ad oggi, potrebbe essere stata in marzo una progressiva infiltrazione all’interno della capitale di Ansar al-Sharia, la formazione salafista libica collegata con la rete del Jihadismo internazionale.

Dopo aver consolidato le proprie posizioni tra le città di Derna e Bengasi nelle fasi immediatamente successive alla caduta del regime di Gheddafi, Ansar al-Sharia ha intrapreso ormai da tempo una politica su scala nazionale che ha portato ad aumentare la sua capacità operativa anche nell’ovest del paese, specie dalla sua base nei pressi di Sabratah.

L’iniziativa di Hafter, d’accordo più o meno scopertamente con Zintan, è parsa subito dopo i primi giorni di scontri preludere a una dissoluzione delle fragili istituzioni uscite dalla rivoluzione del 17 febbraio 2011 e dalle elezioni del luglio 2012. 

In realtà a controbilanciare la situazione ha contribuito in modo determinante il 20 maggio l’arrivo a pochi chilometri dalle porte di Tripoli di una colonna armata di Misurata favorevole al Congresso e sostanzialmente alleata con il composito fronte islamista, che in questo frangente raggruppa i gruppi di ispirazione salafita e quelli legati ai Fratelli Musulmani. Intanto, mentre Ansar al-Sharia condannava l’Operazione dignità come contraria all’Islam, il giorno successivo, il 22 maggio, è stato il gran Mufti di Tripoli a bollare l’iniziativa di Hafter come un colpo di Stato.

Si è arrivati a un passo da una nuova escalation militare nella complessa transizione libica: nonostante la situazione rimanga appesa a un filo per la brutalità degli scontri che si stanno consumando nella capitale, dove sono state più volte utilizzate anche armi pesanti e missili con un numero crescente di morti e feriti che si vanno ad aggiungere a quelli di Bengasi, le truppe di Misurata fino ad ora non sono entrate a Tripoli, aprendo così un nuovo spiraglio per una soluzione politica alla crisi.

Ancora una volta i dirigenti delle fragilissime istituzioni libiche, che in un primo tempo si sono trovati nella difficilissima posizione di tacciare di terrorismo gli islamisti e di condannare l’iniziativa di Hafter come un tentativo di colpo di Stato, con il passare dei giorni sembrano aver recuperato un certo spazio di manovra.

La caduta del governo di Abdullah al-Thinni sull’onda degli eventi in corso, ha visto nascere nelle ultime ore l’iniziativa del nuovo Primo ministro in pectore Ahmed Maetig, alle prese con una difficilissima e serrata trattativa per comporre una squadra di governo che possa bilanciare gli interessi delle diverse forze in campo.

L’annuncio poi di nuove elezioni nella seconda metà di giugno al fine di rinnovare un Parlamento che di fatto aveva terminato il suo mandato formalmente il 7 febbraio scorso, è sicuramente un altro segnale che va nel senso di ridurre lo scontro militare.

È possibile che Zintan decida di non appiattirsi fino in fondo sull’Operazione dignità, proprio in ragione del rinnovamento delle istituzioni più che della loro distruzione.

A dimostrazione di questo costante duplice binario su cui si muove la complessa transizione libica è bene sottolineare che il 17 maggio 2014, proprio negli stessi giorni in cui veniva lanciata l’Operazione dignità, i cittadini di Tripoli si recavano ai seggi per votare il rinnovo dell’amministrazione municipale. Altre elezioni amministrative si sono svolte il 23 maggio in una situazione di relativa calma a Misurata, Sabratah, Tajoura e altre municipalità nell’ovest e nel sud del paese.

Di fronte agli eventi in Libia, in Occidente sono stati in molti a invocare la necessità di un maggiore impegno della Comunità internazionale per la Libia o addirittura in Libia.

Il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ha dato la disponibilità di massima dell’Alleanza Atlantica a pensare un’azione simile a quella del 2011 “a protezione dei civili libici”, mentre è stato anche il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi ad alzare la voce invocando un maggiore protagonismo non tanto della NATO quanto delle Nazioni Unite.

Parlando di crisi libica, Renzi ha ovviamente in mente soprattutto i contraccolpi che dalla Libia possono colpire direttamente l’Italia e l’Europa, a partire dalla politica energetica per arrivare alla questione delle migrazioni internazionali attraverso il Mediterraneo, ormai da mesi fuori controllo nonostante i tentativi di arginarle e contenerle.

A quanti credono che le responsabilità della crisi libica siano tutte da ricondurre ai libici e allora solo l’ennesimo intervento internazionale potrebbe rappresentare la salvezza per la Libia e i libici, giova ricordare che a innescare l’attuale situazione di fortissima instabilità e conflittualità interna è stato proprio l’intervento internazionale guidato dalla NATO sotto l’egida dell’ONU nel 2011. 

L’iniziativa militare che doveva – secondo quando previsto dalla lettera della risoluzione ONU – proteggere i civili libici di Bengasi sotto minaccia armata di Gheddafi, tradì ben presto le vere intenzioni dell’intervento internazionale che puntò a fare i conti una volta per tutte con il capo del regime libico.

Un nuovo intervento in Libia avrebbe molto probabilmente l’effetto di trasformare la Libia in un’altra Somalia, in un altro Afghanistan o Iraq, istituzionalizzando la gestione internazionale della sicurezza nazionale e commissariando di fatto lo Stato libico.

Invece di programmare un nuovo intervento militare o di rifornire con armamenti e munizioni alcuni dei contendenti sul campo, meglio fare politica, possibilmente con i libici e non solo per i libici, con l’obiettivo di lavorare per ampliare quei possibili spazi di dialogo politico e istituzionale ai quali la Libia dimostra di voler e saper ricorrere anche nei momenti di maggiore crisi.

La considerazione ovvia è che ad astenersi da una intromissione fin troppo diretta negli affari libici non dovrebbe essere solo l’Occidente, ma a maggior ragione anche altri attori regionali e in particolare l’Egitto e l’Arabi Saudita che, seguendo un disegno di lotta interna e internazionale ai Fratelli Musulmani, stanno fortemente appoggiando rispettivamente il generale Hafter e Zintan sia da un punto di vista politico, sia da quello delle forniture di armamenti.

L’Egitto in particolare è sempre più coinvolto nella crisi libica da quanto il colpo di Stato miliare al Cairo ha portato al potere il generale Sisi, costringendo molti dei seguaci dell’ex presidente Morsi a cercare riparo all’estero, spesso proprio in Libia.

La crescita nel paese di un islamismo militante legato all’esperienza dei Fratelli Musulmani è andato di pari passo con la messa al bando in Egitto del ex partito di maggioranza, il Partito Giustizia e Libertà, e con l’imprigionamento e la condanna alla pena di morte di molti dei suoi esponenti.

Per converso, molti degli egiziani riparati in Libia hanno contribuito in modo significativo alla crescita dell’islamismo nel paese e secondo alcune fonti potrebbero anche formare un gruppo di azione armata oltreconfine pronto a colpire il nuovo regime egiziano.

Per questo l’iniziativa militare di Hafter, che ha avuto come bersaglio gli islamisti in Cirenaica e in Tripolitania, non solo rischia di proporre una soluzione all’egiziana della crisi libica, ma verosimilmente ha potuto contare fin dall’inizio sull’appoggio del Cairo.

 

*Ricercatore in Storia dell’Africa presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Pavia. Foto: Tripoli, combattimenti lungo la strada dell’aeroporto. 20 maggio 2014 (Antonio M. Morone).

 

28 Maggio 2014
di:
Antonio M. Morone*