La sfida di una transizione costituzionale per la nuova Libia

17.02.2014

Lunedì, 17 Febbraio, 2014
Antonio M. Morone

Oggi lunedì 17 febbraio 2014 cade il terzo anniversario della rivoluzione libica che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. La scommessa per la nuova Libia rimane quella di una transizione il più possibile pacifica dopo una guerra civile che stenta ancora a potersi considerare conclusa. Nonostante il problema della sicurezza rimanga uno dei principali nodi da sciogliere, proprio alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione la nuova Libia ha dimostrato di voler perseguire una transizione pacifica e il più possibile ordinata. Il pronunciamento del generale Khalifa Hafter, che venerdì 14 febbraio aveva fatto gridare per alcune ore al colpo di stato, è infatti fallito: al di là della facile ironia circolata su più di un mezzo d’informazione circa il paradosso di un tentato golpe in uno stato che sarebbe senza stato, il fragile stato libico ha invece dimostrato di percorrere nonostante tutte le difficoltà la via costituzionale alla transizione, confermando l’impegno per le elezioni della Costituente nazionale il prossimo 20 febbraio.

In un clima di crescente tensione scadeva venerdì 7 febbraio 2014 il mandato del Consiglio nazionale generale (Cng), il parlamento libico eletto nel 2012 con il compito, prima di tutto, di pacificare il paese, sostenere la ripresa economica e iniziare la riforma istituzionale a partire dalle predisposizioni per la stesura di una nuova Costituzione dopo 42 anni di dittatura. I risultati ottenuti sono stati nel complesso modesti e lo scontento crescente nel paese ne è il segno tangibile. Il nodo del contendere è stato nei giorni scorsi il destino del Consiglio che alcuni avrebbero voluto vedere sciolto con il termine naturale del mandato, mentre altri ancora lavorano per tenerlo in piedi insieme al governo di Ali Zeidan. La decisione maturata solo pochi giorni prima della scadenza del 7 febbraio d’indire ufficialmente le elezioni per la scelta dei 60 membri della Costituente rispondeva evidentemente alle pressioni che da più parti stavano arrivando al governo, ma non è stata sufficiente a smorzare tutte le proteste.

Tra due piazze dove da giorni si manifesta rispettivamente a favore del Cng, piazza Algeria, e contro il Cng, piazza dei martiri, ex piazza verde, il pronunciamento del generale Khalifa Hafter non è arrivato completamente inaspettato nella mattinata del 14 febbraio. Da qualche giorno si vociferava, infatti, della possibilità che l’esercito potesse prendere in mano la situazione, avendo in mente forse quel che è successo in Egitto. Tuttavia la Libia non è l’Egitto non fosse altro perché non ha un esercito forte, né una tradizione di governo militare paragonabile a quella egiziana. L’esercito libico si è completamente sfaldato durante la guerra civile nel 2011 ed è tuttora in una fase di riorganizzazione tale da non poter esercitare un potere reale sul paese che è ancora ampiamente sotto il controllo di forze militari leali a poteri localizzati, spesso un po’ semplicisticamente liquidate come milizie.

L’annuncio del generale Hafter di voler sospendere il Cng «per correggere il corso della rivoluzione» è tuttavia caduto nel vuoto, tanto da far speculare da parte di alcuni che la dichiarazione fosse stata manipolata dall’emittente al-Arabiya, la prima a diffonderla. Il generale Hafter guidò le truppe libiche in Chad e dopo la sconfitta del 1987, caduto in disgrazia presso Gheddafi si rifugiò negli Usa. Ritornato in Libia all’inizio della guerra nel febbraio 2011, divenne uno degli ufficiali più alti in grado del nuovo esercito senza mai però aver acquisito l’appoggio di una delle maggiori forze militari sul campo.

Difficile credere che il capo dell’esercito libico non fosse consapevole dei limiti del proprio esercito e del suo stesso comando in un paese dove nella regione occidentale, la Tripolitania, rimangono attori militari chiave le forze di al-Zintan e quelle di Misurata. Dopo gli scontri interni alla capitale che portarono nel novembre scorso le forze di Misurata a evacuare una delle loro principali roccaforti a Tripoli, sono le forze di al-Zintan a fare la differenza, controllando discreta-mente una serie di punti nevralgici della capitale com-preso l’aeroporto. Mentre nei giorni scorsi i dirigenti politici di Misurata si erano dichiarati sostanzialmente a favore di una continuità del mandato parlamentare, quelli di al-Zintan avevano dimostrato un atteggiamento più neutro. Tuttavia il consenso modesto ottenuto dalle manifestazioni di piazza e il numero decisamente limitato di deputati che hanno rassegnato le proprie dimissioni nei giorni scorsi, avrebbero dovuto mettere sull’avviso il generale Hafter circa l’improbabile convergenza da parte dei poteri forti radicati nella capitale verso il “partito” della protesta.

Se si esclude l’ipotesi di un atto totalmente irresponsabile, si deve concludere che un generale senza esercito poteva agire in tal modo solo facendo conto su un appoggio promesso che evidentemente non è stato poi corrisposto. Rimane il dubbio se i possibili referenti di Hafter vadano cercati per forza in Tripolitania o se tutta la vicenda non possa essere stata intesa a discreditare il generale da parte di altre forze presenti in quell’Est del paese dove Hafter era già scampato a un attentato un anno e mezzo fa. Rimane la certezza di una Libia che tra molte difficoltà e uno spazio di manovra ristrettissimo non è caduta nella trappola di un’escalation militarista e attraverso le prossime elezioni potrebbe realmente conseguire un passo in avanti lungo la strada di una stabilizzazione duratura.

Antonio M. Morone, ricercatore in Storia dell’Africa. Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Pavia