Libia: il martirio di Salwa, l’avvocata delle donne

Corriere della sera
 
 

27.06.2014

Paladina delle questioni femminili. Era appena tornata a Bengasi per il voto. Accoltellata dagli estremisti islamici
Salwa Bugaighis

 

Cosa poteva fare Salwa contro i suoi assassini? Cosa poteva fare una donna di 47 anni, forte solo delle sue idee, delle sue convinzioni, del suo coraggio morale, contro quattro o cinque giovani uomini armati di coltelli e pistole, ciechi di fanatismo religioso, decisi ad ucciderla? Dall’ospedale di Bengasi i bollettini medici parlano di un’aggressione brutale, senza scampo. Sembra sia stata accoltellata più volte. Ma la ferita letale è stata un proiettile alla testa. Alla camera operatoria è giunta in coma, per spirare subito dopo. Pare che una guardia del corpo sia stata ferita. Invece non si sa nulla del marito, Essam Ghariam: rapito, fuggito o nascosto? A casa non c’è.

Così è morta mercoledì pomeriggio 25 giugno Salwa Bugaighis, solo poche ore dopo aver votato sorridente per il rinnovo del parlamento. E con lei è morta un poco di più anche la speranza di una rivoluzione democratica frutto della «primavera araba», si è ulteriormente afflosciato l’ottimismo di una Libia libera finalmente dai fantasmi del dopo Gheddafi ed emancipata dalla minaccia qaedista.

La morte di Salwa è in realtà l’ennesimo grido di dolore che arriva dalla parte migliore, più aperta del mondo arabo. Una richiesta di aiuto e allo stesso tempo un urlo di disperazione. «Guardavamo a voi occidentali. Speravamo di poter diventare come voi. Avere il vostro benessere, i vostri media, la vostra democrazia, la vostra libertà di viaggiare, pensare e vivere. Ma ci stanno uccidendo. Lentamente stiamo morendo»: questo gridano le avanguardie di intellettuali, professionisti, studenti che solo tre anni fa erano pronti a morire in piazza pur di rovesciare le dittature.

E Salwa, l’avvocatessa Bugaighis, era una di loro, a pieno titolo. La sua figura troneggia nelle memorie delle giornate concitate della sommossa contro Gheddafi a Bengasi nel febbraio-marzo 2011. Lei con la sorella Iman, docente universitaria appena poco più anziana, sono figlie d’arte. Il padre era stato cacciato in esilio tre decadi fa per la sua critica alla dittatura. Soprattutto Salwa fu parte trainante di quel piccolo gruppo di avvocati e intellettuali legati alla facoltà di legge nella capitale della Cirenaica che nei primi mesi cercò di organizzare e guidare la rivoluzione.

«Magari moriremo. E allora? La storia non morirà. E la storia sta con noi. Noi siamo nel giusto», diceva lei convintissima.

C’era sempre, a ogni riunione, alle manifestazioni, alle commissioni, a cercare di dare risposte per noi giornalisti stranieri. Bella, alta, il vestito e i capelli sempre curati, il sorriso determinato. Insisteva nel dire che le donne non avevano alcun obbligo di mettere il velo, neppure di fronte al montare dei bigotti islamici.

Venne subito eletta nel Consiglio Nazionale Transitorio. E lei si impegnò immediatamente nel garantire i diritti delle donne, dei più deboli. Meno di tre mesi dopo la sua elezione nel primo parlamento si dimise sostenendo che le donne dovevano avere più voce. Già sentiva che specie dalla Cirenaica gli islamici radicali stavano diventando una minaccia. Ultimamente ne parlava di continuo nel suo nuovo ruolo di vice-presidente del Comitato per il Dialogo Nazionale. Ma era diventata anche più fatalista, consapevole dei pericoli, eppure sprezzante. «Non hai paura di tornare a Bengasi per le elezioni?», le abbiamo chiesto incontrandola due settimane fa nella hall dell’hotel Al Waddan a Tripoli.

«Non posso tirarmi indietro. Bengasi è la nostra trincea. Devo esserci».

Ora non parlerà più. La sua scomparsa ricorda il senso di disarmante impotenza di cui scrisse pagine memorabili Stefan Zweig, prima di morire suicida nel 1942 di fronte al deserto del nazismo. Salwa: ovvero la forza del coraggio civile, dell’intelligenza critica, tanto preziosa, eppure tanto vulnerabile di fronte alla brutalità dell’intolleranza.